
COLLEZIONE DEL MUSEO VINCENZO VELA
Museo Vincenzo Vela
Il Museo Vincenzo Vela appartiene al novero delle più importanti case d’artista dell’Ottocento europeo. Ideata dal grande scultore realista ticinese Vincenzo Vela (1820-91) all’apice della sua carriera e trasformata in museo pubblico dopo la sua donazione allo Stato elvetico, accanto alla gipsoteca monumentale di Vincenzo Vela, il museo conserva i lasciti dello scultore Lorenzo Vela (1812-97) e del pittore Spartaco Vela (1854-95), una notevole quadreria ottocentesca di pittura lombarda e piemonetese, nonché centinaia di disegni autografi e una delle più antiche collezioni fotografiche private svizzere.
Arte e storia dell’Ottocento italiano e svizzero si intrecciano in un unicum, attraverso i magnifici ritratti dei protagonisti del Risorgimento, mentre la presenza di alcuni elementi che ricordano il carattere privato della residenza e il parco panoramico, conferiscono a questo luogo il carattere di opera d’arte totale.
Orari
martedì – venerdì
10.00 – 17.00 (gennaio – maggio)
10.00 – 18.00 (giugno – settembre)
10.00 – 17.00 (ottobre – novembre)
sabato e domenica
10.00 – 18.00
Chiuso il lunedì.
Entrata gratuita tutti i mercoledì.
MAGGIORI INFO
MUSEO DEL TRASPARENTE
Museo d’arte Mendrisio
I Trasparenti
I “trasparenti” sono apparati effimeri connessi con le Processioni storiche di Mendrisio della Settimana Santa, documentate almeno dal XVII secolo. I primi grandi “archi luminosi” o “fanali” appesi sulle strade compaiono invece, come afferma in una lettera don Ambrogio Torriani, solo nel 1791. Quasi sicuramente fu il frate servita Antonio Maria Baroffio (1732-1798) del convento di San Giovanni a introdurre questa tradizione.
Benché i “trasparenti” fossero da subito gestiti dai Servi di Maria e conservati nel Convento, furono sempre pagati da privati cittadini e, a partire dal 1794, anche dall’autorità municipale di Mendrisio, alla quale inoltre spettava il compito di organizzare il loro allestimento. Dalla soppressione del Convento nel 1852, fino ad oggi, il Comune di Mendrisio in qualità di proprietario di quasi tutte le opere – alcune delle quali ricevute successivamente in donazione dalle famiglie che li avevano commissionati – si è sempre preso carico di presentarli nelle strade del Borgo in occasione delle processioni della Settimana Santa.
Tra il 1791 e il 1792 fu completata la prima serie delle così dette “porte”: lo stile evidente, le scritte e le date dipinte su alcuni telai, indicano in Giovanni Battista Bagutti di Rovio (1742-1823) l’autore, forse, di tutta la prima serie originale. Ciascuna facciata presentava una scena centrale affiancata da due figure di profeti, i cui testi erano collegati al soggetto rappresentato. Oltre alle scene della Passione di Cristo vi erano illustrati almeno due episodi della “Passione di Maria”. Negli stessi anni egli firma e data anche il gruppo delle 4 “lesene” sulla facciata di San Giovanni e la serie di 6 “vele” per la facciata del Convento di San Giovanni. Inoltre sono a lui attribuibili anche il “cartellone” sopra la porta della chiesa, l’arco con angioletti, i 4 “tempietti” con Profeti, e 4 serie di lampioni.
Le prime opere documentate dopo quelle del Bagutti, sono una serie di 12 “fanali” che il Comune di Mendrisio paga nel 1838 ad Augusto Catenazzi, da collocarsi su “pali” lungo l’attuale Corso bello. Scomparsi, o non più identificabili quelli, nel 1949 un’analoga commissione incarica Mario Gilardi di eseguire altrettante “lanterne fisse” da collocare nel viale alberato che conduce alla chiesa di San Francesco dei cappuccini, all’estremità sud del percorso processionale.
Tour virtuale delle processioni storiche
Casa Croci
L’architetto Antonio Croci (1823-1884) studiò architettura all’Accademia delle Belle Arti di Milano, dove si distinse vincendo il primo premio di un concorso in “Invenzione architettonica”.
Visse a lungo in Turchia, dove lavorò per la corte di Costantinopoli. Di lui e del suo lavoro ancora non si hanno molte certezze: l’archivio con i piani dei suoi studi, custodito da una lontana parente in quanto il Croci restò scapolo e non ebbe eredi diretti, fu mandato al macero; è quasi certo che abbia lavorato a più riprese per il Barone russo Von der Wies in particolare per la costruzione del castello di Valrose a Nizza terminato nel 1869; si occupò tra il 1861 e il 1865 della ristrutturazione della chiesa di San Giorgio a Ernen e della chiesa di Lax, sempre in Vallese nel 1874. L’anno successivo collaborò con Vincenzo Vela (scultore 1820-1891) al monumento equestre dedicato al Duca di Brunswick, mai realizzato, il cui modello è conservato al museo Vela di Ligornetto.
Dopo un lungo soggiorno in America Latina tra il 1871 e il 1872 a Buenos Aires, Antonio Croci venne incaricato dalla mendrisiense famiglia Bernasconi della realizzazione a Mendrisio di Villa Argentina.
Nel 1858 costruì a Mendrisio la propria abitazione (nota oggi come “Casa Croci”) sul pendio soleggiato chiamato Carlasch (ancora oggi si identifica con quel nome la stessa costruzione. Negli anni, altre costruzioni hanno assediato Casa Croci, originariamente solitaria, nascondendo pure lo stato di degrado cui era stata abbandonata. Fortunatamente, negli anni Settanta del secolo scorso si riscoprì il suo valore architettonico. Oggi, interamente e finemente ristrutturata, è integrata nel patrimonio del catalogo cantonale dei monumenti, ed è stata destinata a esposizioni temporanee.
Dal 2017 Casa Croci è sede del Museo del Trasparente e ospita una mostra permanente che consente di osservare da vicino, e durante tutto l’anno, i preziosi oggetti: al pianterreno una sezione è dedicata alle Processioni storiche e alla loro storia; al primo piano le varie tipologie che caratterizzano l’eccezionale apparato decorativo di “trasparenti”; al secondo piano una sezione dedicata ai problemi di esecuzione, conservazione e restauro.
Tour virtuale del Museo del Trasparente
Indirizzo
Casa Croci
Via Municipio
CH – 6850 Mendrisio
Orari d’apertura
giovedì e sabato
14.00 – 18.00
Settimana Santa
da mercoledì 1 aprile a domenica 12 aprile 2026
10.00-12.00 / 14.00-18.00
Giovedì e Venerdì Santo
10.00-20.30
Entrata gratuita
BERTILLE BAK. Voci dalla terra
Museo Vincenzo Vela
A cura di Antonia Nessi, in collaborazione con Anita Guglielmetti.
Con questa proposta espositiva – che costituisce la prima personale di Bertille Bak in un’istituzione museale svizzera – il Museo Vincenzo Vela conferma il proprio sostegno e interesse verso l’arte contemporanea nelle sue molteplici espressioni. Allestita in collaborazione con l’artista, la mostra prende avvio al pianterreno di Villa Vela per poi svilupparsi nelle sale al primo piano, intessendo un coinvolgente dialogo con la collezione permanente e in particolare con Le vittime del lavoro (1882–83), capolavoro della maturità artistica di Vincenzo Vela.
Bertille Bak pone al centro della sua ricerca l’essere umano, l’importanza dell’incontro e la questione del lavoro. Guidata nella sua pratica artistica da un sentimento di consapevolezza e al tempo stesso di empatia, instaura scambi con specifiche comunità, dimenticate e marginalizzate, delle quali condivide la quotidianità. Mediante il loro coinvolgimento diretto, senza un copione prestabilito, immagina una narrazione alternativa utilizzando media quali il video, il disegno o l’installazione.
Al di là dei cliché, evitando ogni atteggiamento pietistico, l’artista mostra da una prospettiva nuova realtà complesse, offrendo alle persone coinvolte la possibilità di raccontarsi in modo talvolta sovversivo o persino autoironico.
Al confine tra documentario sociologico e finzione, realismo e burlesco, crea una “fabbrica di storie” che reinventano il quotidiano e offrono una forma di resistenza poetica di fronte alla durezza della realtà. Nelle sale del Museo, le sue opere conferiscono alle Vittime del lavoro di Vela una lettura nuova, estendendo il significato del monumento alla realtà contemporanea e alla questione del lavoro in senso globale e universale.
Inaugurazione
Sabato 25 aprile 2026, 17.00
Periodo espositivo
26.04.2026 – 10.01.2027
Orari
martedì – venerdì
10.00-17.00
sabato – domenica
10.00-18.00
Chiuso il lunedì.
Aperture speciali
1° maggio
14 maggio, Ascensione
25 maggio, Corpus Domini
1°, 15 agosto
1° novembre
8, 26 dicembre
6 gennaio
Chiusure speciali
24, 25, 31 dicembre
1° gennaio
Entrata
intero: CHF 10.-
ridotto: CHF 8.-
Entrata gratuita tutti i mercoledì.
MAGGIORI INFO
📷 Bertille Bak, Nature morte, 2023, video HD, 23′ (videostill)
© 2026, Prolitteris, Zurich
LA COSTRUZIONE DELL’ARCHITETTURA IN TICINO, 1939-1996. Materialità e tettonica
Teatro dell’architettura
Mostra promossa dall’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana.
A cura di Franz Graf, con Britta Buzzi, Carlo Dusi, Alessandro Bonizzoni e Sebastiano Verga.
La costruzione dell’architettura in Ticino, 1939-1996. Materialità e tettonica presenta i risultati del generoso scambio tra il potenziale pedagogico di un’architettura di grande qualità, talvolta un po’ dimenticata ma a portata di mano, e la rivelazione e reinterpretazione dei suoi caratteri costruttivi da parte di aspiranti architetti.
Questo dialogo creativo ha dato luogo a un lavoro di ricerca sull’architettura contemporanea nel Cantone Ticino che la Cattedra di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di architettura porta avanti da oltre vent’anni con i propri studenti. Attraverso l’analisi e il disegno delle studentesse e degli studenti, la mostra mette in evidenza le specificità costruttive, architettoniche e spaziali degli edifici di un patrimonio architettonico e culturale che ha segnato il tessuto urbano e territoriale del Cantone Ticino.
Nel corso del tempo e grazie alla continuità del processo pedagogico, la ricerca ha contribuito alla creazione di un catalogo provvisorio degli edifici “moderni” del Ticino, che non è né un inventario esaustivo, né il ricordo dei protagonisti di una “scuola ticinese”, ma una collezione di oggetti scelti per il loro interesse costruttivo. La storia materiale dell’edilizia diventa così strumento per l’analisi e la conoscenza delle tecniche, del cantiere e dei sistemi costruttivi che hanno generato la tettonica di quelle architetture. Ciò ha messo in evidenza, anche se solo parzialmente, una pluralità di “valori” di cui queste architetture sono portatrici, non solo per quanto riguarda la storia dell’architettura ticinese, ma anche di tante “microstorie” di questo specifico contesto culturale a sud delle Alpi.
Il percorso della mostra propone un’immersione in cento edifici (e ben 160 sono di fatto stati studiati negli anni) rappresentati con riproduzioni di documenti, immagini e rielaborazioni grafiche delle studentesse e degli studenti dell’Accademia di architettura. Questo percorso cronologico consente una rilettura di circa cinquant’anni di architettura ticinese con uno sguardo ravvicinato alla sua tettonica e alla sua materialità.
La mostra invita a esplorare le varie tecniche di costruzione – dalle murature in pietra alle strutture in calcestruzzo e acciaio, dal mattone in terracotta alle strutture aaltiane in legno di recupero, fino ai volumi ancorati al suolo o sospesi… – come momenti di espressioni della poetica che quegli edifici esprimono.
La mostra presenta inoltre nel dettaglio dodici architetture tra le più rappresentative del periodo, accompagnate da altrettante pubblicazioni che contengono testi critici, storici, testimonianze e approfondimenti: la Biblioteca Cantonale (1941) di Carlo e Rino Tami, l’Arsenale militare di Biasca (1942) di Antonini Broggini, Ferrini Fischer, Jäggli Marazzi, Roelly Tami, il Deposito Avegno (1955) di Rino Tami, l’Albergo Arizona (1957) di Tita Carloni con Luigi Camenisch, il Villaggio vacanze I Grappoli (1960) di Manuel Pauli e August Volland con Eva Pauli Barna, la Centrale idroelettrica Nuova Biaschina (1967) di Augusto Jäggli, Giovanni Lombardi e Giuseppe Gellera, il Cinema-Teatro Blenio (1958) di Giampiero Mina, la Casa Valleggione (1969) di Peppo Brivio, la Villa Gerosa (1971) di Tita Carloni, le Case Terenzio (1971) di Roberto Bianconi, la Scuola media Losone (1974) di Livio Vacchini con Aurelio Galfetti e la Casa a Ligornetto (1976) di Mario Botta.
Chiude la mostra una notevole selezione di modelli degli edifici studiati, presentata come in un paesaggio di architetture immaginarie. La mostra è inoltre accompagnata da tre reportage della Radiotelevisione della Svizzera Italiana (RSI) e da fotografie di Roberto Conte realizzate nell’autunno del 2025, che permettono il confronto con ciò che oggi è diventato patrimonio, da identificare e salvaguardare. La conoscenza della materialità e della costruzione si rivela come condizione indispensabile per la conservazione e la trasmissione di quel patrimonio. La mostra restituisce la sintesi del lavoro svolto dalla Cattedra di Costruzione e Tecnologia dell’Accademia di architettura assieme a studentesse, studenti, architetti, ingegneri, proprietari degli edifici, nonché con l’aiuto indispensabile degli archivi privati e pubblici, cantonali, comunali e in particolare dell’Archivio Architetti Ticinesi e dell’Archivio del Moderno dell’USI.
Inaugurazione
giovedì 7 maggio 2026, 18.30
Periodo espositivo
8.5.2026 – 20.12.2026
Orari
giovedì – venerdì
14.00-18.00
sabato e domenica
10.00-18.00
lunedì-mercoledì
chiuso (aperto su prenotazione per gruppi)
Porte aperte con ingresso gratuito
10 maggio
7 giugno
5 luglio
6 settembre
4 ottobre
1° novembre
6 dicembre
Chiusura estiva
dal 13 luglio al 23 agosto 2026
Entrata
intero: CHF / € 10.-
ridotto: CHF / € 7.-
MAGGIORI INFO
Manuel Pauli, August Volland, Eva Pauli, Villaggio vacanze “I Grappoli”, Sessa, 1960 (dettaglio)
© Roberto Conte
PINO MUSI. Continuum
Teatro dell’architettura
Mostra promossa dall’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana.
A cura di Michael Jakob.
Pino Musi. Continuum è un progetto espositivo site specific che dialoga con la forma circolare del Teatro dell’architettura. Il flusso delle opere si articola in lunghi scrolls (rotoli di immagini), dove le sei sezioni principali della mostra si sviluppano, lasciando al fruitore la libertà di cercare il proprio percorso nella lettura tra le connessioni possibili fra i differenti capitoli del lavoro dell’artista:
Origine mostra, paradossalmente, come sia proprio la rovina, la forma spesso irriconoscibile delle costruzioni esposte al lavorio della natura, a riportarci alle loro origini. Anche la fotografia è, a ben vedere, un’attività archeologica: scava, identifica, riordina, ricostruisce.
Metonimia interroga il senso originario dell’abitare, l’essenza stessa dell’architettura, che non coincide con la mera occupazione della terra. Iperbole riflette il fatto che attorno a noi esiste anche un’architettura folle che non riguarda soltanto la forma ma proprio il gesto progettuale in quanto tale, come se l’autore intendesse costruire “contro” , ovvero contro chi la abiterà, visiterà, conoscerà.
Nella sezione Superficie il defilarsi filmico delle facciate di architettura del secolo scorso rimanda all’estetica della superficie teorizzata da Nietzsche, cioè al prezzo da pagare quando tutto appare in balìa del diktat della bella forma.
Transizione ricorda che il senso profondo, reale, di ogni architettura dipende dalla possibilità di viverla e quindi di attraversarla.
Il capitolo Incompiutezza intende invece l’architettura come opera incompiuta, irrisolta. Qui, il flusso e il ritmo della sequenza fotografica rimandano a una sorta di ascolto polifonico, a un contrappunto tipico della notazione musicale.
Fuori sezione un nucleo di tre opere di grande formato dedicate al recente restauro di Notre-Dame, a Parigi, integra l’esperienza cognitiva: in questo caso una realtà monumentale, consolidata nella memoria collettiva, si manifesta con inedita forza come vera e propria rivelazione.
Completano inoltre il percorso espositivo una serie di vetrine che contengono una selezione di notevoli pubblicazioni di Pino Musi. L’autore infatti intende il libro di fotografia come opera d’ingegno autonoma, ovvero una ricerca che privilegia l’incontro e la collaborazione interdisciplinare. È in questo senso che l’autore indirizza la fotografia a differenti forme espressive e trova in particolare nella creazione di libri d’artista, nel bookmaking, il proprio veicolo comunicativo privilegiato.
Inaugurazione
giovedì 7 maggio 2026 – 18.30
Periodo espositivo
8.5.2026 – 20.12.2026
Orari
giovedì – venerdì
14.00-18.00
sabato e domenica
10.00-18.00
lunedì-mercoledì
chiuso (aperto su prenotazione per gruppi)
Porte aperte con ingresso gratuito
10 maggio
7 giugno
5 luglio
6 settembre
4 ottobre
1° novembre
6 dicembre
Chiusura estiva
dal 13 luglio al 23 agosto 2026
Entrata
intero: CHF / € 10.-
ridotto: CHF / € 7.-
MAGGIORI INFO
Pino Musi: dalla serie Transizione, Paratge de Tudela, Cap de Creus, 2018 (dettaglio)
© Pino Musi, 2026
Installazione “Sleipnir e il Labirinto di Porte”
Teatro dell’architettura
A cura di Duilio Forte in collaborazione con Simon Fikstvedt e Barbara Stallone, realizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Atelier Forte.
Promossa dall’Accademia di architettura dell’USI.
Nell’atrium del Teatro dell’architettura Mendrisio, l’installazione “Sleipnir e il Labirinto di Porte” realizzata dalle studentesse e dagli studenti dell’Atelier Forte dell’Accademia di architettura si compone di tre elementi: la porta, il labirinto e Sleipnir, scultura iconica di Duilio Forte.
Le porte, progettate e costruite individualmente dalle studentesse e dagli studenti iscritti al corso, sono intese come soglie simboliche e architettoniche. L’insieme costituisce un labirinto, metafora del processo progettuale, che conduce a “Sleipnir”, simbolo di esplorazione e della relazione tra uomo e spazio.
Realizzata nell’ambito dell’atelier di progettazione diretto da Duilio Forte, l’opera restituisce al pubblico l’esito di un’esperienza collettiva, trasformando lo spazio del Teatro dell’architettura.
Inaugurazione
giovedì 7 maggio 2026, 18.30
Periodo espositivo
8.5.2026 – 20.12.2026
Orari
giovedì – venerdì
14.00-18.00
sabato e domenica
10.00-18.00
lunedì – mercoledì
chiuso (aperto su prenotazione per gruppi)
Porte aperte con ingresso gratuito
10 maggio
7 giugno
5 luglio
6 settembre
4 ottobre
1° novembre
6 dicembre
Chiusura estiva
dal 13 luglio al 23 agosto 2026
Entrata
intero: CHF / € 10.-
ridotto: CHF / € 7.-
MAGGIORI INFO
FELICE VARINI
Museo d’arte Mendrisio
Il Museo d’arte Mendrisio dedica a Felice Varini (Locarno, 1952) la prima grande mostra monografica di ampio respiro mai realizzata in Svizzera, segnando un momento di particolare rilievo nel riconoscimento istituzionale dell’artista ticinese, da decenni attivo sulla scena internazionale e ormai francese d’adozione. La mostra si sviluppa come un intervento totale, occupando tutti gli ambienti del museo: dal chiostro cinquecentesco, che accompagna il visitatore verso l’ingresso, fino alle sale espositive interne, concepite come tappe di un percorso unitario e immersivo. Ogni spazio, ogni sala, ogni ambiente architettonico accoglie una specifica installazione, pensata in relazione diretta con le sue caratteristiche strutturali, volumetriche e percettive. Attraverso questo itinerario, il pubblico è invitato a ripercorrere l’intera carriera di Varini, dagli esordi alle ricerche più recenti. La selezione comprende opere storiche riattualizzate in funzione degli spazi del Museo d’arte Mendrisio e installazioni inedite, concepite appositamente per l’occasione. In entrambi i casi, l’artista interviene sullo spazio non come semplice contenitore, ma come materia stessa dell’opera.InaugurazioneSabato 9 maggio 2026, 17.00Periodo espositivo10.05.2026 – 11.10.2026Orarimartedì – venerdì10.00 – 12.00 / 14.00 – 17.00sabato, domenica e festivi10.00 – 18.00Chiuso il lunedì.Entrataintero: CHF / € 14.-ridotto: CHF / € 12.-Chiusure specialiMAGGIORI INFO Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Mendrisio, 2026, pittura acrilica e pellicola vinilica© Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich / Foto: Mattia Mognetti
MANIFESTI CHE PASSIONE! UNA COLLEZIONE DI COLLEZIONI
m.a.x. museo
Mostra a cura di Mario Piazza, Nicoletta Ossanna Cavadini.
La mostra si inserisce nel filone della “grafica contemporanea”. Fa parte delle esposizioni che periodicamente il m.a.x. museo dedica alle opere ricevute in donazione e legate alla sua missione ICOM: la grafica, il design e la comunicazione visiva. In questo caso, l’esposizione vuole presentare e rendere visibili al pubblico una selezione di manifesti europei nell’arco temporale di circa un secolo – dall’inizio del Novecento all’inizio del Duemila – donati al m.a.x. museo di Chiasso da artisti, collezionisti e filantropi del mondo dell’arte e della cultura.
La mostra, intitolata “Manifesti che passione! Una collezione di collezioni”, vuole mettere in evidenza l’importanza della collezione del Centro Culturale Chiasso arricchita grazie a munifiche donazioni di manifesti, avvenute in questi ultimi quindici anni. Tra queste figurano nuclei tematici facenti parte degli Archivi di graphic designer quali Heinz Waibl, Orio Galli, oltre a importanti fondi di manifesti donati da Bruno Monguzzi (Gran Premio svizzero di design 2025) e Lora Lamm (Gran Premio svizzero di design 2015), nonché donazioni elargite da privati cultori dell’arte, composti da piccole e grandi collezioni di manifesti.
La mostra è dedicata al manifesto, quale elaborato grafico e forma espressiva unica nel suo genere per la capacità di veicolare concetti ed emozioni attraverso il linguaggio icastico e sintetico delle immagini, dei colori, del rapporto compositivo fra larghe campiture e lettering. Il manifesto ha, infatti, caratterizzato la comunicazione di fine Ottocento e Novecento e ancor oggi, sebbene attraverso le modalità multiformi del digitale, accompagna la nostra quotidianità nelle strade, sui mezzi pubblici e nei grandi spazi urbani.
In totale nelle sale del museo sono esposti, con un allestimento minimali-sta, un’ottantina di manifesti, secondo un criterio tematico-cronologico che evoca la nascita e lo sviluppo della réclame, il suo prosieguo in publicità del prodotto con la grafica d’impresa, quindi la comunicazione di eventi e manifestazioni culturali, per abbracciare le grandi campagne pubblicitarie in cui il manifesto è il medium con cui veicolare l’intera corporate identity o corporate image.
La proposta espositiva presenta una scelta di opere che fanno riflettere sul percorso della creatività e scuole di pensiero di graphic designer e fotografi di chiara fama, e chiude la stagione espositiva del Centro Culturale Chiasso dedicata alla pulchritudo. I manifesti presenti nelle sale del m.a.x. museo ripercorrono l’attività di importanti autori, quali Gabriele Chiattone, Emil Cardinaux, Xanti Schawinsky, Lora Lamm, Josef Müller-Brockmann, Willi Rieser, Herbert Leupin, Romano Chicherio, NiklausTroxler, Orio Galli, Sigfried Odermat &Tissi, Richard Feurer, Heinz Waibl, Daniele Garbarino, Armando Losa, Antonio Tabet, Lulo Tognola, Alexander Troehler, Gregory Vines, Jörg Hamburger e Georg Stähelin, Werner Jeker, René Gauch, Roger Pfund e Bruno Monguzzi per citarne solo alcuni in ordine espositivo. Partendo dalla cromolitografia di inizio Novecento la mostra mette in risalto anche l’affermazione dello “Swiss Style”, con il suo rigore compositivo e di lettering geometrico, arrivando alla stampa offset e poi digitale. L’esposizione giunge fino all’inizio dell’era postmoderna, dove la fotografia e i fotomontaggi cambiano il paradigma della comunicazione visiva.
Periodo espositivo
18.08.2026 — 8.11.2026
Orari
martedì − venerdì
10.00 − 12.00 / 14.00 − 18.00
sabato – domenica
10.30 – 18.00
Chiuso il lunedì.
Ingresso gratuito ogni prima domenica del mese.
MAGGIORI INFO

OLIVIER MOSSET – JOHN ARMLEDER. Esplorazioni artistiche: Toblerones e Thé
m.a.x. museo
Mostra a a cura di Susanne Bieri e Nicoletta Ossanna Cavadini.
La mostra si inserisce nel filone degli approfondimenti tematici di artisti contemporanei svizzeri di chiara fama. I percorsi di ricerca dei due artisti svizzeri Olivier Mosset e John Armleder – tanto diversi e tanto affini per il loro articolato ambito sperimentale – raggiungono esperienze salienti tali da qualificarli come dei veri e propri “capiscuola” nel panorama contemporaneo internazionale.
L’esposizione allo Spazio Officina si svolge in una modalità insolita: normalmente un’esposizione precede la pubblicazione che la accompagna. Nel caso di Toblerones e Thè invece avviene il contrario. Il progetto nasce infatti da due libri d’artista pubblicati nel 2026 da ebs editionsbierisusanne: The Toblerones di Olivier Mosset e Le Livre du Thè di John Armleder. L’esposizione si sviluppa a partire da queste due pubblicazioni, rendendo in qualche modo percepibile nello spazio i differenti approcci concettuali dei due artisti.
Inaugurazione
sabato 12 settembre 2026, ore 17.30
presso il Cinema Teatro Chiasso
Periodo espositivo
13.09.2026 – 18.10.2026
Orari (Spazio Officina)
martedì − venerdì
14.00 − 18.00
sabato – domenica
10.00 – 12.00 / 14.00 – 18.00
Chiuso il lunedì.
Ingresso gratuito ogni prima domenica del mese.
MAGGIORI INFO

LUCA PIFFARETTI. Controcorrente
Museo d’arte Mendrisio
Mostra a cura di Francesca Bernasconi.
Dal 20 settembre al 25 ottobre 2026, Casa Pessina presenta Controcorrente, un progetto fotografico di Luca Piffaretti dedicato al paesaggio naturale e urbano che si sviluppa lungo il Laveggio, l’unico corso d’acqua del Ticino a scorrere da sud verso nord. La mostra riunisce una selezione di immagini realizzate negli ultimi due anni, nel corso di decine di perlustrazioni lungo il tracciato del fiume effettuate nell’arco delle quattro stagioni.
Le immagini presenti in mostra raccontano la storia complessa di un fiume il cui ecosistema è stato profondamente trasformato negli ultimi due secoli: prima attraverso la canalizzazione e lo sfruttamento delle acque a fini agricoli, poi con l’espansione industriale che, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, ne ha messo a rischio l’esistenza stessa. Oggi, accanto agli interventi di riqualificazione e al desiderio di preservare l’ecosistema del fiume, la presenza industriale rimane ancora parte integrante dell’identità del territorio.
Nella sala principale di Casa Pessina fotografie di medio-grande formato e stampe monumentali applicate direttamente sulle pareti sono presentate in un allestimento irregolare che evoca l’andamento e lo scorrere del fiume. Nelle sale laterali, che ospitano la collezione permanente di sculture di Apollonio Pessina, Piffaretti ha scelto di presentare un dialogo tra le sue opere e scatti realizzati in bianco e nero da Giovanni Luisoni (1944) fotografo di Stabio che da anni documenta gli stessi luoghi esplorati da Controcorrente. Due sguardi e due sensibilità si incontrano così lungo le rive dello stesso fiume restituendo al pubblico la complessità e il fascino inaspettato di un territorio in continuo mutamento.
Dopo aver conseguito un Master in Fotogiornalismo presso la University of Westminster di Londra, Luca Piffaretti si è stabilito nella capitale britannica, iniziando a documentare l’ambiente costruito e combinando la fotografia commerciale per architetti e interior designer con progetti artistici incentrati sulla ridefinizione dei non-luoghi e degli spazi di confine tra ambiente naturale e antropizzato. Nel 2019 ha cofondato il collettivo MASS insieme a Francesco Russo e Henry Woide, con cui ha realizzato progetti fotografici come Londons e Where the Flow Ends, oltre a curare una serie di workshop intitolata Hackney Urban Survey. Tra il 2023 e il 2024 ha realizzato, in collaborazione con Russo, un progetto di documentazione dell’architettura ecuadoriana e del suo contesto sociale, naturale e urbano. Un libro dedicato a questo progetto, dal titolo Ecuador: A Journey through Architecture, Culture and Land, sarà pubblicato dall’editore svizzero Park Books nell’autunno del 2026. Dal 2025 Piffaretti è tornato nella sua regione natale, il Mendrisiotto, dove si concentra, sia in ambito artistico sia commerciale, sulla documentazione di progetti a lungo termine legati alla rigenerazione urbana e ambientale in Ticino e sull’esplorazione del territorio.
La mostra si inserisce nel programma del Mese svizzero della fotografia.
Inaugurazione
Domenica 20 settembre 2026, 11.00
presso Casa Pessina, Ligornetto
L’artista sarà presente a Casa Pessina il 20 settembre e il 4, 10 e 25 ottobre.
Periodo espositivo
20.09.2026 – 25.10.2026
Orari
sabato e domenica
14.00 – 18.00
Entrata gratuita
MAGGIORI INFO
📷 Luca Piffaretti, Il letto del fiume Lanza, 2026
©Luca Piffaretti
GIUSEPPE ANTONIO PETRINI (1677-1757)
Pinacoteca Züst
Mostra a cura di Elio Schenini con Laura Damiani Cabrini.
A oltre trent’anni dall’ultima esposizione monografica a lui dedicata, la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst torna sulla figura del pittore ticinese Giuseppe Antonio Petrini (Carona, 1677-1757), uno dei massimi protagonisti del Settecento lombardo e italiano, con una grande mostra che ripercorre tutte le tappe della sua parabola attraverso una selezione delle sue opere più importanti.
Un’ottantina i dipinti presentati, provenienti da collezioni pubbliche e private, tra le quali figurano istituzioni museali prestigiose, con l’intento di fare il punto sugli studi dedicati all’artista e di offrire al pubblico la possibilità di ammirare riunite in un unico luogo le prove più alte della sua pittura, tra le quali si annoverano opere inedite e tele che non sono state più esposte da molti anni.
Nell’ambito di questo progetto espositivo e della pubblicazione che l’accompagna vengono presentati per la prima volta al pubblico due dei quattro evangelisti, conservati a Segovia e a Valladolid, che gli sono stati attribuiti di recente.
Numerose sono anche le novità biografiche emerse dalle ricerche d’archivio condotte in occasione della mostra che hanno permesso di aggiornare le informazioni relative alla biografia del pittore e stabilire finalmente l’anno della sua morte, avvenuta all’età di ottant’anni, nel 1757.
Oltre a numerose opere conservate in collezioni pubbliche e private ticinesi, la mostra include dipinti provenienti dal Louvre, dal Kunstmuseum di Basilea, dal Kunsthaus di Zurigo, dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, dalla Staatsgalerie di Stoccarda e da numerosi edifici ecclesiastici della Lombardia e del Piemonte.
Inaugurazione
Sabato 26 settembre 2026, 17.00
Periodo espositivo
27.09.2026 – 31.01.2027
Orari
martedì–venerdì
10.00–12.00 / 14.00–17.00
sabato, domenica e festivi
10.00–12.00 /14.00–18.00
Chiuso il lunedì.
Entrata
intero: CHF 10.-
ridotto: CHF 8.-
scuole, ragazzi fino a 16 anni: Gratuito
MAGGIORI INFO
📷 Giovanni Antonio Petrini, Il sonno di san Pietro [?], 1725 ca., olio su tela, 85 × 115 cm, Musée du Louvre, Département des Peintures, Paris.